Portate dal vento è il titolo di questa importante rassegna, che vede esposte le opere delle celebri artiste Veronica Fonzo, Isabella Nurigiani, Flavia Robalo e Paola Tazzini Cha. La scelta di questo titolo non è affatto casuale: esso allude ad un pensiero della “leggerezza”, all’esperienza del distacco dalla realtà, finanche alla “sottrazione”. Le opere esposte, pur nella loro rispettiva specificità, testimoniano il concretizzarsi di un pensiero “discreto”, che poi è una pratica della discrezione e dunque un chiaro invito al discernimento. Si tratta a questo livello di una poiesis, di un “fare”, quello delle artiste, tutte donne – aspetto per niente marginale – che non si impone autoritariamente sulla realtà per trasformarla, ma per accompagnarla nel suo cammino “lento e discreto”, a tratti silenzioso ed insapore, ma per questo molto eloquente. Tutte le opere accompagnano il flusso mobile del reale per raccoglierlo nella forma, che resta però soltanto una “traccia” esposta all’azione del vento, quale metafora preziosa di una realtà certo dinamica, ma sempre in consonanza con la natura, non solo ed esclusivamente umana. È entro tale cornice che la figura umana non può più dominare incontrastata la rappresentazione estetica, non potendo altro che farsi carico della propria residualità discreta, a tratti “apollinea”. Lo stesso vale per l’elemento naturale, che resta sempre custodito all’interno della sua spontaneità discreta. Tutte queste opere sono nate a Occidente ma per guardare a Oriente: sono animate dallo spirito apollineo. Non può essere trascurato altresì un altro aspetto importante, di natura precipuamente “morale”: da queste opere emerge un invito all’atarassia, intesa come indifferenza verso le cose non naturali e non necessarie. L’atarassia dei profili umani scolpiti testimonia la presenza viva di un pensiero della “leggerezza”, appunto quella stessa leggerezza che consente alle artiste ed alle loro opere di essere portate dal vento naturale nel mondo umano, troppo umano. Ogni opera porta qualcosa nel mondo, provenendo come da un “altrove”: un fiore di campo, un albero i cui rami crescono a spirali di ferro, un bambino sconosciuto che pare interrogarsi sul senso della presenza. Tutto è collegato da un comune legame, quello del gioco di presenza/assenza dei contenuti, dinamica destinata comunque a lasciar tracce di sé, come accade con le orme di un passeggiatore solitario dialogante con se stesso. Per concludere con le parole del Rousseau delle Rêveries du promeneur solitaire, attraverso queste opere, si accede ad “uno stato di semplicità e permanenza che non ha di per sé nulla di vivace, ma dove è la durata ad accrescerne la grazia, fino a trovare in esso la felicità suprema”.

RICCARDO RONI

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